Alle otto, ieri sera, ho messo una pentola piena d’acqua leggermente salata sul fuoco. Alzatosi il bollore, ho immerso i broccoletti tagliati a cimette, li ho sbollentati per dieci minuti scarsi e li ho estratti con la schiumarola. Ho immerso gli spaghetti nell’acqua di cottura dei broccoletti e intanto ho dissalato due acciughe, le ho aperte, diliscate, e le ho fatte appassire in una padella con uno spicchio d’aglio schiacciato. Due minuti prima della cottura della pasta, l’ho scolata e l’ho fatta saltare in padella unendo tutti gli ingredienti.
Mentre cucinavo, il telegiornale trasmetteva cifre su cifre, villaggi fangosi, cadaveri avvolti nei teli, morti su morti, immagini indifferenziate. Mi sono seduto e ho cominciato a mangiare con la tele accesa. Senza problemi, senza cedere ad alcuna trappola emotiva. Sugo e pasta erano amalgamati alla perfezione.
Poi hanno intervistato un vecchietto che non riceve alcuna notizia da suo fratello disperso da sei giorni. Han fatto vedere la faccia del fratello, un altro vecchiettino.
Mi sono alzato e ho messo su il caffè.
Ho pensato se al posto del primo ci fossi stato io, mio fratello disperso chissà dove.
Ho pensato a lui travolto da un’onda, il cranio sfasciato contro un albero, il cadavere trascinato lontano. O morto affogato, imprigionato in una stanza.
E in un attimo, scomparso. La sua presenza. Le sue possibilità. Le sue impressioni.
Ho spento.
Il caffè, freddo.
Il dolore di un vivo m’ha fatto piangere centocinquantamila morti.